riproduzione del Codice originale del VII secolo d.C.

Di Dioscoride, autore del De Materia Medica , sappiamo poco: nacque in Cilicia (oggi Turchia meridionale), nella cittadina di Anazarbo. Visse nel I secolo della nostra era, probabilmente fu medico militare nell'esercito romano e non molto prima o non molto dopo il 79 pubblicò, in greco, quell'opera, intitolata Perì hýles iatrikês , più nota col titolo latino di De Materia Medica , alla quale la sua fama è tuttora legata. L'ipotesi, per altro indiziaria, sulla data di pubblicazione è legata all'assenza di qualsiasi cenno all'opera nella Naturalis Historia, in cui Plinio il Vecchio, morto durante l'eruzione del Vesuvio del 79, traccia una rassegna degli erbari al tempo noti; essendo Dioscoride probabilmente un uomo maturo all'epoca della morte dell'erudito romano suo contemporaneo, è difficile che il trattato sia di molto posteriore.

L'opera di Dioscoride, divisa in cinque libri, e molto verosimilmente non era illustrata, è giunta a noi attraverso una vasta tradizione manoscritta. Il De Materia Medica si occupa degli elementi semplici, principalmente di piante dalle virtù terapeutiche ma anche di sostanze animali e di minerali e delle qualità medicamentose dei diversi tipi di vini ed aceti utilizzati per confezionare farmaci.
L'ampiezza dell'opera, la quantità di informazioni e la sua stessa strutturazione la qualificano come un vero e proprio trattato scientifico più che come un manuale. Degli 827 capitoli ("schede" su ciascun elemento trattato) di cui consta il De Materia Medica , 90 sono dedicati a minerali, 35 ad animali o sostanze da essi ricavate, e ben 600 a piante o a prodotti di origine vegetale; non stupisce, pertanto, che l'autore venga talora considerato un botanico e l'opera a volte semplicisticamente etichettata come un erbario, benché sia molto più di una classificazione di piante.
Rispetto a quanti l'avevano preceduto, Dioscoride mostra anche una straordinaria modernità: critica l'ordinamento alfabetico di uso tradizionale, perché non mette in luce le relazioni che intercorrono tra le piante sulla base delle loro proprietà terapeutiche, e le raggruppa invece secondo la loro azione (l'analisi chimica è di là da venire e quindi a Dioscoride sfugge la nozione di principio attivo) e la sostituibilità dell'una con l'altra sulla base dell'affinità evidenziata. 
La registrazione segue una sorta di moderna schedatura: nome della pianta (o della sostanza schedata), utilizzato come lemma, seguìto da qualche sinonimo, descrizione in forma comparativa (ancorché con un livello di dettaglio molto variabile), indicazione di ambienti di crescita o località di ritrovamento, proprietà, utilizzazione delle parti, modalità di preparazione e posologia. dei medicamenti.

Per oltre quindici secoli dalla sua composizione, il trattato è stato impiegato in Europa e nel Vicino Oriente, tradotto e assai apprezzato anche nel mondo arabo; agli albori del Rinascimento, è tra i primi testi ad essere stampati (a Venezia nel 1499) e successivamente ebbe numerose edizioni e traduzioni, tra le quali si segnala in Italia quella commentata di Pietro Andrea Mattioli.
L'opera è stata tanto diffusa che di essa sono state realizzate diverse redazioni e molteplici copie, a volte modificate, anche nella struttura, con l'obiettivo di produrre manuali pratici, anche illustrati: già due secoli dopo la morte dell'autore esisteva una versione rimaneggiata del trattato in cui le sostanze erano state ordinate alfabeticamente (in aperta violazione del disegno dioscorideo) ed il testo abbreviato e talora modificato, per renderne più facile e rapida la consultazione. 
Alla descrizione di ciascuna pianta venne inoltre premessa una ricca serie di sinonimi. 
La redazione alfabetica si è poi tramandata nei secoli insieme con quella originale, dando luogo anch'essa ad una ricca tradizione manoscritta.

Tra i manoscritti più antichi pervenutici, vanno ricordati due codici miniati, derivanti da uno stesso modello. 
Si ritiene che le miniature siano state aggiunte in un secondo momento al testo dioscorideo, originariamente non illustrato. Sembrerebbero testimoniarlo tra l'altro, l'assenza di qualsiasi rimando nel testo alle immagini, e l'esistenza di più filoni di tradizione iconografica attestata da diversi manoscritti. 
È possibile che le miniature risalgano, almeno in gran parte, all'erbario illustrato di Crateua, medico di Mitridate VI Eupatore, re del Ponto (121-63 a.C.).

Dei due manoscritti menzionati, il più antico è quello realizzato tra il 512 ed il 513 a Costantinopoli per la principessa Giuliana Anicia, conservato a Vienna, ilVindobonensis medicus graecus 1. Al VI o VII secolo risale invece il secondo esemplare, il Neapolitanus graecus 1, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, probabilmente realizzato in Italia, un tempo appartenente alla biblioteca del monastero di S. Giovanni a Carbonara, poi trasferito a Vienna nei primi decenni del Settecento e restituito agl'inizi del Novecento. 
Contiene miniature e descrizione di 409 piante (originariamente, prima della perdita di alcuni fogli, pare fossero 433), disposte sulla stessa facciata, con due, a volte tre miniature nella metà superiore della pagina e in corrispondenza il testo in colonne in basso, sempre in lettere maiuscole.

Di quest'ultimo manoscritto è in corso un lavoro di traduzione del testo e di identificazione delle piante, con l'intervento congiunto del Dipartimento di Filologia classica (Proff. R. Romano e R. De Lucia) e dell'Orto botanico della Facoltà di Scienze (Proff. P. De Luca, P. Caputo e Dr. M. De Matteis) dell'Università di Napoli Federico II.

Il piano dell'opera prevede la traduzione in italiano delle singole tavole del codice, la pubblicazione di fotografie delle tavole originali (per la quale è già stato acquisito il permesso della Biblioteca Nazionale di Napoli), l'identificazione botanica, ove possibile, delle piante contenute nel codice, con l'ausilio di testo e illustrazioni, la raffigurazione delle piante identificate mediante un disegno scientifico linneano ad acquerello di ogni singola specie (o genere) identificato, l'indicazione, mediante note, degli aspetti più rilevanti dal punto di vista della filologia, della botanica e delle tradizioni di impiego della pianta in questione.

Identificare le specie botaniche trattate da Dioscoride non è stato compito semplice. Le illustrazioni a volte raffigurano piante diverse rispetto al testo, sono di rado riconoscibili e in vari casi rappresentano piante inesistenti o provviste di dettagli di fantasia. La descrizione, inoltre, è spesso piuttosto breve e poco caratterizzata. Frequentemente è ingannevole il nome attribuito alla pianta. Infatti, detto nome, spesso, per varie vicissitudini troppo lunghe a narrarsi, viene oggi impiegato per piante diverse da quelle indicate da Dioscoride. Finanche le indicazioni terapeutiche a volte non trovano ovvie corrispondenze. Soltanto combinando le informazioni ottenute dalle illustrazioni con la descrizione, la distribuzione e gli usi indicati nel testo, dopo un accurato confronto varie altre fonti, è stato possibile giungere frequentemente a un'identificazione accurata.

Il De Materia Medica include una ricchissima farmacopea, e fornisce indicazioni sul trattamento delle più varie affezioni e condizioni, dalla forfora alla lebbra, al mal di denti e alle gravidanze indesiderate. Vari tra gli usi indicati hanno precise corrispondenze farmacologiche, mentre molti altri, privi di riscontri clinici, sono documentati in medicina popolare; in altre parole, molte delle indicazioni terapeutiche suggerite nel De Materia Medica sono accurate e appaiono derivanti dalle conoscenze dirette cui si accenna nella prefazione. In qualche caso, tuttavia, è presumibile che le indicazioni fornite dal manoscritto risentano di tradizioni già consolidate o di precetti terapeutici generali dell'epoca: ad esempio, spesso accade che contro l'avvelenamento venga suggerita l'assunzione di piante oggi note per essere tossiche; chi seguisse alla lettera le indicazioni dioscoridee in merito, andrebbe incontro a morte sicura.

In conclusione, il testo dioscorideo resta la testimonianza inequivocabile di uno sforzo conoscitivo decisamente titanico per l'epoca e di una tappa fondamentale della farmacopea ancora ai suoi albori, tanto più importante se si considera quanto il lavoro farmacologico, pur in assenza delle attuali avanzatissime strumentazioni d'indagine, si dimostri spesso preciso e collimante con le nostre conoscenze in materia. 

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